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Cristina

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“Guarda per scrupolo facciamo due lastre veloci” mi disse il dottore, un paio di giorni prima di trasferirmi a Londra per lavoro. Avevo già il biglietto in tasca per quell’avventura nella mia città natale, dove mi sarei trasferita per qualche anno a lavorare per una nota azienda di abbigliamento. E invece da quell’ospedale non sono più uscita per molti mesi.

Avevo 21 anni e tutta la vita davanti, con quella voglia di viverla che era esplosa ancora di più dentro di me dopo aver perso il papà per la malattia che in quegli anni mia nonna chiamava “il brutto male”.

Solo che dopo aver avuto la mononucleosi mi ero resa conto che non mi passava più la tosse, e per togliere la copertura medica italiana per andare a Londra ero passata dal mio medico di base di allora quasi dimenticandomi di questa tosse. Lui, forse sentendosi in difetto per non aver capito bene cosa avesse mio padre e averlo perso in soli tre mesi, in quel frangente decise di mandarmi a fare delle radiografie urgenti ai polmoni, ma l’urgenza era dettata solo dalla mia partenza imminente, nulla di più.

E in un batter d’occhio mi sono ritrovata in una stanza di ospedale circondata da persone molto più grandi di me e sono rimasta là per mesi prima di avere una diagnosi: Linfoma di Hodgkin, che non sapevo nemmeno come si scrivesse. La mia fortuna è stata aver sempre trovato lungo la strada quel tipo di medico che è il primo a credere in te e a credere che ce la farai. E penso che quello abbia fatto la grande differenza per me, anche perché io ero quel tipo di paziente che aveva firmato per farmi mandare a casa e non stare più in ospedale ad aspettare che trovassero la diagnosi. Io stavo bene e dentro di me rifiutavo di avere qualcosa che non andasse, ma gli esami dicevano diversamente. Poi ad un certo punto inizia un periodo di blocco e di immobilità della mia vita che mi hanno segnato tremendamente, con la solitudine di chi non può parlare con nessuno di quello che sta passando perché ha la consapevolezza che nessuno ti capisca. Soprattutto perché in quegli anni nessuno ne parlava e inoltre ero sempre la più giovane in qualsiasi stanza di ospedale entrassi e la domanda “perché proprio a me” echeggiava sempre nella mia testa. La chemioterapia e la radioterapia sono state sicuramente la mia salvezza ma anche la mia croce, è inutile negarlo. Perché anche se avevo contato giorno per giorno le terapie che facevo, per vedere quando sarebbero finite, gli strascichi si sono protratti per anni. Primo fra tutti il problema dei miei capelli, che allora erano biondi, che venivano giù a ciocche e mi veniva da vomitare solo al pensiero di sentirli che mi rimanevano in mano. E anche se le chemio le finisci ed è’ vero che i capelli ti ricrescono, non è una cosa che ti succede dalla sera alla mattina, quindi per molto tempo ti guardi allo specchio e non sai più chi sei, ma sei sicuro che non sei più la persona di prima.

E poi la vita per una ventina di anni è passata tra alti e bassi: mille viaggi a vedere posti nuovi e ad assaggiare nuovi sapori, nuove cose da studiare ed imparare, gatti e cani e una marea di emozioni e ricordi che mi hanno fatto compagnia. Me la sono goduta e mi sono veramente divertita, sempre con la consapevolezza però che da un giorno all’altro le cose possono finire, ma questa consapevolezza non mi ha fatto vivere con una connotazione negativa, anzi. Mi ha sempre spronato a cercare in ogni momento quel qualcosa che mi piacesse fare, vedere o di cui gioire.

Fino all’estate del 2022 quando era il primo giorno di vacanza in Calabria e scopro, da sola, di avere un nodulo e senza nemmeno sapere l’esito lo sentivo che era diverso dagli altri al tatto. Ed infatti avevo ragione. Ma questa volta non volevo affrontarla, perché già sapevo cosa mi sarebbe aspettato non avevo più l’inconsapevolezza della prima volta, e mi sono detta “No, non ce la faccio di nuovo a fare le terapie”. Ma poi ho ripensato a questi venti anni e a quello che ho potuto vivere che non avrei altrimenti vissuto, all’amore per la vita, all’amore di mio marito e della mia famiglia e, anche grazie al supporto delle psicologhe dello IOV, ho deciso di andare incontro di nuovo a quello che sarebbe stato, perché comunque questi anni sono stati un immenso dono per me. Come un dono lo sono state le ricerche scientifiche che poi si sono susseguite negli anni, che hanno aiutato me ed altre persone a me vicino, a giungere ad una diagnosi molto più veloce, che psicologicamente è già una cosa che ti solleva da un turbinio di pensieri che una volta durava per molto, molto più tempo. Fortunatamente questa volta il tumore al seno che mi hanno diagnosticato è stato preso in una fase molto precoce, ma per scrupolo abbiamo preferito agire in maniera abbastanza importante con un intervento abbastanza radicale, e, per fortuna, stavolta senza radioterapia né chemioterapia. Ma che difficile affrontare anche questa volta un intervento ed i suoi esiti, inutile fare finta che non sia così. E in più con la Fibromialgia di cui soffro da tre anni, le cicatrici non la smettevano più di farmi male. Ci sono stati momenti in cui non volevo più andare avanti, era veramente troppo per me. Ma non so dove ho trovato la forza né come l’ho usata ma ce l’ho fatta a superare anche questa. Ed eccomi qui pronta ad un’altra sfida che però stavolta mi sono scelta io. Perché quando avevo 20 anni ed ero in quel letto di ospedale sognavo di fare la Maratona di New York, e dentro la mia mente di poco più che adolescente pensavo che non avrei mai più potuto correre o fare le cose che facevano le persone “normali”. E per tanti anni ho provato paura nel fare semplici cose come correre, nonostante sia una delle cose che più mi piaccia fare. Paura che il mio corpo non fosse abbastanza forte e sano.

Ed invece sono qui, e facile non è sicuramente e magari anche andando avanti ci saranno momenti difficili. Ma credo che la solitudine che ho provato in quei momenti quando non c’era nessuno a cui potessi raccontare le mie emozioni, si contrappone al fatto di sapere di vivere questa sfida con altre donne che mi capiscono, e per me è già una grandissima vittoria.

Purtroppo, dopo un anno di allenamento, ho avuto una nuova battuta di arresto e non potrò partecipare alla maratona di Chicago per dei problemi legati alla Fibromialgia.

Sì e scelto di procedere con più calma negli allenamenti per dare la possibilità al mio corpo di andare con i suoi ritmi di preparazione, che non sono gli stessi delle mie compagne di viaggio.

Ma quando le cose non vanno come vogliamo, molte volte è per farci fare quell’ulteriore lavoro su di noi che ci porta a chiederci se vogliamo stare ferme a lamentarci di quello che ci è successo o rimboccarci le maniche, anche se per noi raggiungere quell’obiettivo potrebbe essere più difficile di quanto previsto.

Con una donazione fatta a Ryla attraverso la Rete del Dono, insieme vinciamo la corsa più importante: quella contro il cancro.

Grazie

Cristina